L’allarme nucleare cresce. Nonostante l’euforia per l’accordo raggiunto con l’Iran, le incognite sull’utilizzo delle armi atomiche nel mondo restano. Non sono disponibili, infatti, dati ufficiali sul numero di testate in possesso di ogni singolo Stato, essendo un segreto nazionale, e le stime si basano su studi, ricerche e attività di intelligence. Solo Stati Uniti e Russia hanno l’obbligo di ricevere periodicamente ispezioni pubbliche sulla base di accordi per limitare le armi di distruzione di massa. Proprio nell’ex Unione Sovietica si trovano 8.500 testate attive, di cui 1.730 sono pronte all’uso.

Per il resto la quantità di armi nucleari, sia attive che stoccate, rimane un’incognita. In Cina si contano 250 testate di cui 140 terrestri.

In Europa la Francia, terza potenza nucleare al mondo, ha 300 testate di cui 250 nei sottomarini nucleari e le atre 50 a gravità e quindi presenti sugli aerei.

Gli Stati Uniti, invece, su un totale di 7.700 testate ne hanno 2.150 attive, cioè pronte ad essere usate, divise tra 500 terrestri (quindi possono essere lanciate con missili intercontinentali) e 1.160 assegnate ai sottomarini. Trecento, inoltre, sono pronte per essere caricate sugli aerei.

In Italia, invece, nel dicembre del 1963 sono arrivate una quantità di bombe nucleari statunitensi nella base di Ghedi per essere utilizzate durante la guerra fredda, quando la Nato ha dovuto affrontare la minaccia dell’ex Unione Sovietica. Gran parte dell’armamento nucleare, però, è arrivato alla fine della Guerra fredda. Ad oggi, tra la base di Aviano e quella di Ghedi, si contano 90 testate B16.

Sempre in Europa, poi, solo la Gran Bretagna ha 160 testate collocate tutte nei sottomarini nucleari. Tra gli altri Paesi interessati dallo sviluppo delle armi atomiche troviamo il Pakistan, con un numero variabile da 100 a 120, collocate anche queste nei sottomarini, e la Corea del Nord che, secondo le ultime stime, avrebbe almeno dieci testate, ma non i missili balistici per lanciarle.

Tra 90 e 110 invece sono quelle presenti in India e 80 in Israele. Proprio da quest’ultimo Stato è arrivato l’attacco più duro all’accordo con l’Iran. I vari report dell’intelligence, infatti, incrociati anche con i dati raccolti dagli 007 statunitensi, avrebbero indicato la presenza di testate già realizzate alle quali mancava solo l’innesco. L’accordo, secondo i timori di Israele, consentirebbe al Paese, in gran segreto, da una parte di perfezionare l’arma e dall’altra di aprire ai controlli dell’area.Presto, infatti, il presidente degli Usa Barack Obama parlerà con Israele e Arabia Saudita: entrambi gli alleati americani nella regione mediorientale sono feroci oppositori dell’intesa con la Repubblica islamica. Il trattato, inoltre, aprirà la questione del nucleare per civile/militare delle potenze mediorientali avverse all’Iran come l’Arabia Saudita. Avendo concesso all’Iran di potenziare il programma nucleare civile ci saranno altre nazioni che cercheranno di potenziare il proprio. In Medio Oriente potrebbero rivoluzionarsi tutte le alleanze. La preoccupazione della presenza di arsenali atomici più o meno dichiarati, dunque, non cessa con l’accordo raggiunto con l’Iran, arrivato dopo nove anni di negoziati, innumerevoli rinvii e maratone notturne tra i Paesi del gruppo 5+1. Adesso viene meno la giustificazione fino ad ora addotta per la presenza di ordigni in Europa. Dopo la caduta del muro di Berlino e scomparso il pericolo della Guerra fredda, la minaccia dell’Iran rendeva plausibile la presenza di testate in vari Stati europei. Venuto meno questo pericolo la proliferazione del nucleare non avrebbe ragione di esistere. Invece, per i prossimi dieci anni, è già previsto un processo di modernizzazione che solo in Europa verrà a costare 12,5 miliardi di dollari.

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