Quello che scrivete su Facebook, così come ogni foto e video postato sul più grande social network del mondo, si trasforma in materiale prezioso utilizzato a fini pubblicitari, per mostrarvi annunci cuciti su misura in base ai vostri gusti, hobby, situazione economica e quant’altro.

Tutto legale, ovviamente. Ma la scarsa conoscenza del modo in cui l’attività degli utenti di Facebook viene sfruttata commercialmente, e quindi dell’importanza di proteggere la privacy (soprattutto da parte dei più giovani ), ha sollevato non poche polemiche sul modello di business che ha garantito il successo del colosso di Mark Zuckerberg.

Oggi, un documento riservato scoperto dal magazine The Australian solleva nuove perplessità, mostrando come gli uffici australiani di Facebook abbiano redatto nel 2017 un report di 23 pagine che ha lo scopo di aiutare gli inserzionisti a interpretare e sfruttare gli stati d’animo adolescenziali di ragazzini anche di soli 14 anni (l’età minima per iscriversi al social network è 13 anni).

L’algoritmo del social network, secondo quanto sarebbe riportato sul documento, è in grado di determinare con precisione l’umore dei giovanissimi utenti di Facebook – analizzando i loro post, le foto caricate, le loro interazioni e ogni altra attività – e di aiutare così gli inserzionisti a sfruttare a fini commerciali “i momenti in cui i giovani hanno bisogno di una carica di sicurezza”.

Tra gli aggettivi tipicamente adolescenziali elencati nel documento si trovano: inutile, insicuro, ansioso, stupido, goffo, sopraffatto e stressato. Ma in che modo queste informazioni possono tornare utili a fini commerciali? Per esempio, permettendo alla pubblicità di una palestra o di prodotti per perdere peso di arrivare direttamente nel newsfeed di un ragazzino a disagio con il proprio corpo.

Il report, redatto da due dirigenti di Facebook Australia e rivolto agli inserzionisti australiani e neozelandesi, spiega anche come sfruttare gli strumenti di image-recognition di Facebook e Instagram per capire come le persone raccontino le loro giornate attraverso foto e immagini e come, generalmente, gli stati d’animo varino nel corso della settimana (un aspetto importante per decidere il tempismo, oltre al target, delle inserzioni).

Nonostante il magazine non abbia mostrato immagini del report o esempi pratici di campagne pubblicitarie che utilizzano questi metodi, quanto riportato da The Australian è in linea con lo studio , risalente ormai a quasi tre anni fa, attraverso il quale Facebook ha testato la sua capacità di modificare l’umore di un campione (inconsapevole) di utenti, modificando la tipologia di post e notizie che apparivano sul loro newsfeed.

Facebook non ha risposto alle domande poste da The Australian – soprattutto sulla possibilità che queste pratiche non riguardino solo Australia e Nuova Zelanda, ma anche altri paesi – ma ha dichiarato di aver aperto un’indagine a riguardo e di essere pronta a intraprendere azioni disciplinari. In seguito, in un comunicato ufficiale, Facebook Australia ha dichiarato: “La premessa dell’articolo è fuorviante. Facebook non offre strumenti per targettizzare gli utenti in base ai loro stati d’animo. L’analisi condotta aveva lo scopo di aiutare gli inserzionisti a capire come le persone si esprimono su Facebook. Lo studio non è mai stato usato a fini pubblicitari e si basava su dati anonimi e aggregati”.

ANDREA SIGNORELLI

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