Ai microfoni di Tgcom24 le rivelazioni di Giuseppe Costanza: “La verità che è stata ricostruita non è sufficiente. Con Falcone vivo avremmo forse sconfitto la vera Mafia, non quella di chi spara”

Alle ore 17, 56 minuti e 32 secondi di sabato 23 maggio 1992 un cratere si apre sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo. All’altezza dello svincolo di Capaci, 572 chili di esplosivo vengono attivati a distanza e spazzano via le tre auto su cui viaggiano il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta. Muoiono il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Sopravvivono all’attentato gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Tgcom24 ha intervistato quest’ultimo, rimasto a lungo lontano dai riflettori, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage e dell’uscita del volume “Stato di abbandono” (Minerva Edizioni, con Riccardo Tessarini).

Quel pomeriggio Giuseppe Costanza è a bordo della stessa auto su cui viaggia il giudice, ma non al posto del conducente. Falcone quel giorno ha voglia di guidare e si è messo al volante, con la moglie seduta al suo fianco. Una deroga al protocollo che avviene spesso, una deroga che costa la vita al nemico numero uno della Mafia e che al contrario salva quella dell’autista giudiziario.

Venticinque anni dopo Costanza mette insieme i ricordi di quel periodo e le sue valutazioni personali: “Da quando Falcone abitava a Roma si sentiva tranquillo, camminava anche senza la scorta. Io stesso gli avevo fatto preparare un’auto per la Capitale, per potersi muoversi liberamente. Anche altri magistrati facevano come lui, credo senza autorizzazione visto che dopo l’attentato di Capaci nessuno di loro ha più guidato personalmente l’auto. Quando Falcone non andava in giro da solo, guidavo io, e lui si sedeva davanti. Questo perché il clima era tranquillo, non c’era la tensione di quando viveva a Palermo”.

Giuseppe Costanza

Perché allora colpire Falcone durante una breve trasferta a Palermo e perché farlo in maniera così vistosa, quando si trova insieme agli uomini della scorta?
“Quella mattina mi telefonò alle 7 di mattina per dirmi del suo arrivo. La scorta che rimase vittima veniva raggruppata al momento, non era dedicata, dall’84 al 91 a seguirlo costantemente siamo stati in pochi. Di solito aveva una scorta organizzata al momento con gli uomini disponibili. Ne è prova il fatto che sulla macchina sulla quale viaggiava lui non voleva forze dell’ordine: sulla sua auto non è mai salito un poliziotto. La settimana prima dell’attentato, venendo a Palermo,mi aveva fatto una comunicazione importantissima. Mi disse: “È fatta, sarò il procuratore nazionale anti mafia”. E mi invitava a prendere il brevetto di pilota perché avremmo dovuto muoverci con un piccolo elicottero, un Mosquito. A qualcuno però, questo scenario fece paura, Falcone con la nuova carica che stava per ricoprire era pericoloso. Dopo il fallito attentato all’Addaura (il 21 giugno 1989, ndr) stava collaborando con dei magistrati elvetici e stava facendo indagini su diversi conti cifrati in Svizzera. Ritengo che l’attentato di Capaci sia stato un depistaggio per colpire l’uomo e addossare la colpa alla cosiddetta Mafia. Il problema è allora un altro: capire di quale Mafia stiamo parlando… Hanno addossato la colpa alla delinquenza locale, hanno preso la manovalanza, ma la mente credo che si debba ancora scoprire”.

 

Perché allora uccidere poco dopo anche Salvatore Borsellino?                           “È stato fatto saltare in aria per lo stesso motivo: perché stava subentrando a Falcone. Troppi fatti collimano e vanno in questa direzione. Venne a trovarmi in ospedale e mi disse che stava seguendo le stesse indagini di Falcone e che a quel punto sarebbe stato lui il procuratore nazionale anti mafia. Questa è stata la sua condanna”.

Ha trascorso otto anni con il giudice Falcone. Come lo ha conosciuto e quali funzioni ha ricoperto per lui? Quale rapporto avevate sviluppato?
“Conobbi Falcone nel 1984 quando facevo ancora il parrucchiere. All’epoca non sapevo chi fosse. In quel periodo l’aria a Palermo era irrespirabile, gli omicidi continui e tutti di persone eccellenti: dal giudice Chinnici (che aveva inventato il Pool antimafia e che conoscevo perché veniva a fare la barba nel mio negozio), al commissario Ninni Cassarà, passando per il magistrato Gaetano Costa. Quanti morti ho visto a Palermo… Nel 1984 venni chiamato dal dottor Falcone: mi fece alcune domande personali, ma di fatto aveva già tutte le riposte, aveva fatto controlli sulla mia storia. Mi chiese di fargli da autista. E per otto anni feci da suo autista e referente a Palermo: gli organizzavo gli spostamenti e comunicavo con la sua scorta”.

Qual è il suo ricordo del Falcone uomo?
“Con noi era una persona normale, quando rivestiva la sua carica era inavvicinabile. Non permetteva a chicchesia di chiedergli una cortesia perché cortesie e favori non ne faceva. Dimentichiamoci che Falcone possa aver fatto qualche favore, era refrattario. Se qualcuno si permetteva di chiedergli un favore, cambiava ufficio, cambiava strada, troncava il discorso. Mi diceva sempre che chiedere favori è controproducente perché prima o poi c’è da ricambiarli, si è in debito quindi non ne chiedeva e non ne faceva. La Mafia non è solo quella che spara, ma è quella che ti fa i favori e poi ti ricatta per riaverli indietro. Il fatto che dopo 25 anni da Capaci non si sia costituito di nuovo il pool antimafia è molto grave. Si dice che le idee di Falcone camminano sulle nostre gambe, ma non è così: sono rimaste solo parole”.

Dopo il 23 maggio 1992 si è detto più volte che lei è sopravvissuto per miracolo, per una serie fortuita di coincidenze, perché il dottor Falcone aveva voluto guidare e andare davanti con la moglie. Si è sentito in colpa per essere sopravvissuto?
“Mi hanno fatto sentire in colpa. Sono vivo sicuramente perché guidava lui, ma se avessi guidato io sarebbero morte altre quattro persone. Oltre me sono sopravvissuti altri tre agenti che stavano dietro la mia macchina. Lui guidava come un cittadino comune, noi autisti professionisti, invece, guidiamo tallonandoci parallelamente e così facendo, avremmo occupato tutte e tre le corsie della strada. In quel caso tutte e tre le auto sarebbedro finite contemporanemente sul punto dell’esplosione. L’attentato era fatto per Falcone, ma tecnicamente gli esecutori hanno sbagliato perché non pensavano che alla guida ci fosse lui stesso”.

La sua vita dopo il 23 maggio 1992 è stata stravolta. A quali funzioni è stato adibitoPerché nel libro si è definito “abbandonato”?
“Quando ripresi servizio dopo la strage non sapevano cosa fare di me. Tecnicamente ero un dipendente civile del Ministero della giustizia, nello specifico ero conducente di automezzi speciali. Non essendo più idoneo alla guida, mi hanno messo a fare fotocopie e a portare questo e quello, salvo poi degradarmi a portiere, sempre presso il tribunale a Palermo. Vedendo che nessuno aveva voglia di ascoltare la mia versione dei fatti, nel ’94 mi sono incatenato alla cancellata di Palazzo di giustizia con il cartello “Vittima della mafia e dello Stato”: mi sono dovuto mortificare per attirare l’attenzione. Volevo dire: sono vivo ma perché allora vengo emarginato? Adesso a 70 anni sono in pensione e vado nelle scuole a raccontare i fatti. Perché si faccia luce, perché i ragazzi sappiano una verità che non è mai emersa. Ora si cominciano a vedere certi atteggiamenti: quello che io racconto a qualcuno inizia a interessare… Vediamo cosa emergerà da queste mie dichiarazioni. Non posso fare nomi, ma sono convinto che si debbano individuare altri soggetti diversi dalla manovalanza che ha organizzato la strage”.

Lei ha ammesso che avrebbe preferito morire quel 23 maggio e almeno vedersi riconosciuto l’onore che è spettato alle vittime…
“Non è del tutto corretto. Ho detto che avrei preferito morire al posto di Falcone. Con lui vivo avremmo forse sconfitto la Mafia. La vera Mafia, non quella di chi spara. La verità che è stata ricostruita non è sufficiente. Siamo stati depistati. Sono stati arrestati dei latitanti che erano a casa loro: Totò Riina venne scoperto dopo l’attentato. Ma se un latitante è ricercato e poi lo trova nel suo territorio vuol dire che prima non si era voluto guardato nella sua zona, che qualcuno lo proteggeva. Dopo l’attentato è stato arrestato. Qualcuno doveva pagare. Ha ricevuto ordini di compiere l’attentato e lo realizzato, ma la mente…”

A che punto siamo nella lotta alla Mafia? Cosa Nostra è ancora potente?
“La lotta non è finita. I mafiosi stanno aspettando tempi migliori, vivono nell’ombra e stanno modificando la loro natura. La mafia è ovunque. Non bisogna più pensare che sia confinata a Palermo o alla Sicilia. Quella mentalità c’è dappertutto, non per nulla Falcone puntava il dito contro certi colletti bianchi e proprio per questo è stato ucciso: non era tollerabile che continuasse a indagare in questo ambito”.

 

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