Ad una settimana dal suicidio di Chris Cornell, sua moglie scrive una lettera allo scomparso. Una lettera per trovare e donare pace.
Vicky si è detta distrutta dalla perdita, è facile immaginare le lacrime versate su ogni parola cautamente posata sulla lettera, ha chiesto alle mille voci dei media, dei fan, di tutti, di attendere in silenzio l’esito delle analisi tossicologiche prima di stabilire l’intenzionalità del suicidio.
Ecco alcune delle sue parole.

“Perdonami, amore mio, se non ho visto quello che ti è successo quella notte. Perdonami se eri da solo, lo so che non eri in te, non eri tu, il mio Christopher, quella notte. Anche i tuoi bambini lo sanno, sai? Puoi rasserenarti, lo sappiamo.”

Nella conversazione telefonica avvenuta quella notte Vicky aveva notato una forte balbuzie nella parlata di Chris, sapendo che stava assumendo dei potenti ansiolitici aveva chiesto ad un membro della sicurezza dei Soundgarden di controllarlo dopo il concerto. Ed in fatti è così che il suo corpo è stato ritrovato.

“Hai sempre detto che ti ho salvato, che vivevi e gioivi per me, ed il mio cuore brillava nel vederti felice, vivo e motivato. Emozionato per la vita. All’opera in tutto quello che potevi fare per restituire al mondo quell’energia che avevi dentro.
In questi ultimi dieci anni abbiamo vissuto il nostro arco di tempo più bello.
Sono a pezzi ora, ma mi rialzerò e mi prenderò cura dei nostri meravigliosi ragazzi. Lo giuro. Ti penserò ogni minuto, ogni giorno e combatterò per te.
Siamo anime gemelle, hai sempre detto” , e così continua facendo tornare in mente i versi di Like a Stone,
“Si dice che i sentieri che si sono incrociati una volta si incrocieranno ancora, e ancora, e io so che tu verrai a trovarmi, e mi troverai lì, ad attenderti.”

La dolcezza di questa lettera, voluta e dovuta per mille ragioni che vanno oltre il tentativo di scacciare ombre e inevitabili sensi di colpa dati dall’impotenza, fa riflettere per quanto viene messo a nudo riguardo la pericolosità intrinseca di alcuni farmaci. La prescrizione medica pur sancendo la necessità di un farmaco del genere per le condizioni di un paziente non ne diminuisce affatto gli effetti collaterali.
L’aiuto umano, coadiuvante o, in alcune situazioni, in totale sostituzione del farmaco stesso devono essere seriamente valutate per frenare l’ennesima spirale di suicidi indotta chimicamente, probabilmente tutto questo dovrebbe nascere da una completa revisione nella percezione del ruolo dello psicologo nella vita di ciascuno attraverso una riscoperta del valore dell’empatia e della comunicazione, tuttavia da qualche parte bisognerà pur cominciare?

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