Leggende e falsi miti alimentano il razzismo, ma i numeri ridimensionano il fenomeno

Due citazioni per cominciare. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri luoghi che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Non c’è un idealtipo uguale per ciascuno dei soggetti che si radicalizzano, sono situazioni molto diverse. Ma bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione”. Parole del premier Paolo Gentiloni al termine di un incontro tenutosi a gennaio con la commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista. “L’Italia ha importato dalla Romania il 40 per cento dei loro criminali”, scriveva su Facebook il vice presidente della Camera Luigi Di Maio provocando non poche polemiche. I temi degli stranieri detenuti e radicalizzati occupano sovente le pagine dei giornali. Falsità che diventano “verità” nella percezione comune anche in seguito alla diffusione sul web di bufale virali, ma i numeri ridimensionano il fenomeno per come viene descritto da alcuni media.

Dal XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione elaborato da Antigone, emerge che a partire dai primi anni ’90 il numero di stranieri presenti nelle carceri italiane è aumentato senza sosta. Nel 2010 c’era stata una battuta d’arresto e l’inizio di un’inflessione della curva. Adesso però la percentuale ha ripreso a salire. Ad aprile i detenuti stranieri erano 19.268 a fronte di 56.436 detenuti totali (34,1%). Nel 2014 erano il 32,5%, nel 2015 il 33,2%. Il 51,6% della popolazione straniera detenuta risiede nelle carceri del Nord, solo il 26,28% al Centro e il 22,08% al Sud. Per capire chi sono gli stranieri in carcere bisogna guardare ai dati degli stranieri presenti sul territorio italiano. La comunità straniera più numerosa è quella rumena, che rappresenta il 22,9% del totale degli stranieri, seguita da quella albanese (9,3%) e marocchina (8,7%). In carcere invece, i detenuti stranieri più rappresentati sono, nell’ordine, i marocchini (18,2% del totale degli stranieri in carcere), i romeni (14,1%), gli albanesi (13,6%) e i tunisini (10,5%).

I reati per cui si contraddistinguono gli stranieri sono soprattutto quelli contro il patrimonio: sono 8.607 i detenuti trattenuti per questa fattispecie di reato (che comunque rappresenta la prima causa di detenzione anche fra gli italiani, capito Di Maio?). Seguono i reati contro la legge sulle droghe (per cui c’è stato un aumento globale del 5.8% nel 2016): 6.922 sono le persone incarcerate per questi reati, più dei trattenuti per i reati contro la persona (che sono 6.571 e che invece rappresentano il secondo gruppo di pene per gli italiani). Gli stranieri superano infine gli italiani per i reati connessi alla prostituzione (77% del totale) e per quelli connessi alla legge sugli stranieri (92,1% del totale). Come dimostrano i reati di cui vengono accusati, la devianza degli stranieri si connota dunque per essere strettamente connessa a fattori economici e alle ridotte possibilità di sostentamento, il che conferma il legame tra situazione di irregolarità e facilità di accesso al circuito penitenziario.

Altro tema è quello della radicalizzazione. La maggior parte dei detenuti presenti nelle carceri si dichiara cattolica (29.568 detenuti, il 54,7% del totale); seguono i detenuti musulmani, con 6.138 unità (11,4%) e infine gli ortodossi, con 2.263 unità (4,2%). A questi vanno però aggiunti i 14.235 detenuti (26,3% del totale) che hanno preferito non dichiarare la propria fede. Tra questi, circa cinquemila provengono da paesi tradizionalmente musulmani, il che indica una reticenza a dichiararsi musulmani per evitare lo stigma. Le cappelle presenti negli istituti di pena sono più di duecento, almeno una per istituto. 69 gli spazi adibiti a sale da preghiera per detenuti musulmani (salette per la socialità, passeggi per le ore d’aria, teatri, biblioteche e simili). I cappellani presenti nelle carceri sono 411, gli imam 47.

SEGNALATI, ATTENZIONATI E MONITORATI

Nessun allarmismo: in Italia ci sono meno persone radicalizzate e meno foreign fighters rispetto ad altri Paesi occidentali. I detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione sono 365, suddivisi dall’amministrazione in tre categorie: i «segnalati» (124), gli «attenzionati» (76) e i «monitorati» (165). I detenuti ristretti per reati connessi al terrorismo internazionale (che rientrano tra i monitorati) sono 44. Le pratiche per le quali si decide di avviare un’osservazione sono diverse: atteggiamenti sfidanti nei confronti dell’autorità, rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre confessioni, segni di giubilo a fronte di catastrofi naturali o attentati in Occidente, esposizione di simboli e vessilli correlati al Jihad. Fino a qualche mese fa i detenuti accusati di terrorismo islamico erano custoditi nei circuiti cosiddetti “AS2” presso le carceri di Rossano (dove se ne contavano nove) e di Sassari (diciotto presenti). A queste due si è aggiunta un’altra sezione apposita, istituita di recente nel carcere di Nuoro.

A inizio 2016, il numero di persone partite per la Siria o l’Iraq, o comunque implicate a diverso titolo nelle dinamiche del conflitto sirio-iracheno ammontava, al 31 dicembre 2015, a 93 unità (dato rilevante ma senza dubbio inferiore rispetto a quella di altri Paesi europei), di cui 14 reduci e 21 deceduti. Nel corso del 2015 sono state arrestate 291 persone ed altre 518 sono state indagate in stato di libertà. Sono stati eseguiti 66 provvedimenti di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato/prevenzione del terrorismo nei confronti di soggetti evidenziatisi per il loro avanzato processo di radicalizzazione o per aver fornito sostegno ideologico alla causa dello Stato Islamico. Tra costoro sono stati espulsi anche cinque imam responsabili di iniziative estremiste e di incitamento alla violenza interreligiosa e interraziale.

 

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