nave del 500 quando girava lo scorbuto

Lo Scorbuto: Il male dei marinai

È il 1497, l’epoca delle grandi scoperte geografiche e dei lunghi viaggi oceanici, quando l’esploratore portoghese Vasco da Gama doppia il Capo di Buona Speranza. In quel viaggio circa un centinaio dei suoi 160 uomini muore per una malattia debilitante.

Poco più tardi, nel 1522, a seguito della circumnavigazione del globo, più del 90 per cento degli uomini di Magellano, a causa dello stesso male, non fa ritorno in patria. Gengive sanguinanti, perdita di denti, stanchezza, debolezza e gonfiore agli arti sono solo alcuni dei terribili sintomi di quello che poi verrà chiamato scorbuto. Malattia che per secoli è stata la principale causa di morte in mare. Interi equipaggi decimati da un male che solo l’alimentazione avrebbe curato.

Marinaio malato di scorbuto mangia arancia

La scoperta dello scorbuto

A intuirlo per primo fu l’esploratore francese Jacques Cartier quando, nel 1536, giunse a Stadacona (Quebec, Canada) con 107 dei suoi 110 marinai malati. È proprio lui a descriverne chiaramente il decorso.

“Cominciò la malattia… alcuni perdevano le forze, le gambe diventavano grosse e gonfie, con i nervi ritirati e anneriti come carbone e, in alcuni, tutte disseminate da gocce di sangue. Poi la malattia saliva alle anche, cosce, spalle, alle braccia e al collo. E a tutti veniva la bocca così infetta e putrefatta che la carne delle gengive si staccava fino alla radice dei denti, i quali cadevano quasi tutti”.

L’Annedda degli Indiani

Sarà la conoscenza degli indiani del luogo, gli iroquiani di Dannacona, a salvare gli uomini di Cartier. Anche tra le tribù locali lo scorbuto mieteva qualche vittima, ma la medicina indiana conosceva il rimedio. I marinai francesi furono quindi curati con un infuso ottenuto dalla corteccia e dalle foglie di una pianta che gli iroquiani chiamavano “Annedda”. Grazie ad esso, uno ad uno, i marinai iniziarono a guarire.

Per molto tempo, successivamente, si credette che l’Annedda fosse la cura per lo scorbuto. Sull’identità della pianta ancora oggi c’è un grande dibattito. Inizialmente fu identificata come “Sassafras officinale”, ma uno studio successivo smentì quest’ipotesi, proponendo che, invece, si trattasse di “Tsuga canadensis”, un albero della famiglia delle Pinacee. Secondo altri l’Annedda, chiamata poi dai francesi “Arbre de la vie”, era la “Thuja occidentalis”, comunemente nota come cedro bianco; altri studi propendono invece per l’abete bianco (“Abies alba”). Indipendentemente dalla reale identità dell’Annedda, la scoperta di Cartier, per mezzo della medicina indiana, per la prima volta, permise di comprendere la correlazione tra la malattia e l’alimentazione.

Si scopre la vera cura

Tuttavia, ciò che all’epoca si ignorava, almeno nel continente europeo, era che tale pianta curava dallo scorbuto solo perché ricca, come tutti i vegetali freschi, di vitamina C. Eppure rimedi alimentari contro lo scorbuto esistevano da tempo, seppur ignorati, in altre parti del mondo: la medicina cinese, ad esempio, adoperava lo zenzero, che veniva coltivato in vasi nelle navi; inoltre anche diversi paesi del sud-est asiatico, che avevano avuto contatti con le navi mercantili cinesi, erano a conoscenza del potere di frutta e verdura fresche.

Fu proprio da lì, probabilmente, che la notizia arrivò agli olandesi e, da questi, agli altri europei, tanto che, nel 1601, James Lancaster, a capo della prima flotta inviata dalla Compagnia delle Indie orientali, giunto nel Madagascar, decise di raccogliere arance e limoni da portare in viaggio.

Il succo di Limone

Dagli agrumi Lancaster ottenne un succo, in grado di migliorare la salute dei marina, che conservò in una bottiglietta.  Ad ogni uomo che presentasse anche un minimo sintomo di scorbuto, il capitano somministrava ogni giorno tre cucchiaini di succo di limone. Al termine del viaggio, a capo di Buona Speranza non giunse nemmeno un marinaio malato. Negli anni successivi diversi testi menzionano il succo di limone come terapia per lo scorbuto, dal “The surgeon’s mate” di John Woodall a “Sea diseases, or the Treatise of their Nature, Cause and Cure”, in cui il medico William Cockburn raccomanda l’uso di frutta e verdura fresche.

La conferma di James Lind

Tuttavia, per avere la conferma che il succo di limone rappresentasse davvero la cura per lo scorbuto si dovrà aspettare il 1747. In quell’anno il medico scozzese della nave Salisbury, James Lind, portò a termine un semplice esperimento. Lind testò differenti metodi per curare i marinai, suddividendoli in sei gruppi. A tutti fu assegnata la stessa dieta integrata in modo differente: sidro, elisir di vetriolo, aceto, acqua marina, noce moscata, arance e limoni.

Al termine dell’esperimento concluse che: “La conseguenza fu che i più lampanti e ben visibili effetti curativi furono ottenuti dall’uso di arance e limoni” (Da “A Treatise of the Scurvy”). A mettere in pratica per primo i consigli di Lind fu il comandante inglese James Cook. Egli impose al suo equipaggio una dieta attentamente studiata a base di crauti e concentrato di arance e di limoni. Cook riuscì così a salvare tutti i suoi uomini dallo scorbuto.

La molecola anti scorbuto

Duecento anni dopo, nel 1912, gli studi del chimico polacco Casimir Funk confermeranno che lo scorbuto è dovuto a una carenza di una “vitamina”, molecola all’epoca sconosciuta. Saranno poi gli studi di Albert Szent- Györgyi e di Charles Glenn King a identificare e isolare, nel 1921, la vitamina responsabile, chiamata anti-scorbuto o acido ascorbico. Nota oggi come vitamina C.

Più di quattrocento anni di storia hanno dimostrato, dunque, quanto frutta e verdura, possibilmente fresche, siano essenziali per l’organismo umano. Esse, infatti, forniscono una sostanza che siamo incapaci di sintetizzare. Le riserve di vitamina C, inoltre, nell’organismo umano sono molto basse, in quanto il nostro corpo ha una bassa capacità di immagazzinare l’acido ascorbico. Ecco per quale motivo lo scorbuto si sviluppa molto più rapidamente di altre patologie legate a carenza di vitamine.

Oggi, tuttavia, grazie all’ampia disponibilità di frutta e verdura, i casi di scorbuto sono pressoché inesistenti.

D.ssa M.S. PhD 

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